Eden del pensiero

scritto da Giullare della morte
Scritto 6 giorni fa • Pubblicato 6 giorni fa • Revisionato 6 giorni fa
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Autore del testo Giullare della morte

Testo: Eden del pensiero
di Giullare della morte

Fino a due anni non si pensa a nulla. Il nulla pensieristico è l'Eden prima della dissacrazione e della profanazione. Più in là, il primo peccato mette voce e mani e ti incita a raccogliere la prima mela: e tu lo fai, e raccatti non solo una mela, ma ben due cassette di mele Marlene, se non addirittura segando in due l'edenistico albero per portartelo a casa e farne legna.
A pochi mesi la cognizione è ancora in fase embrionale, intenta solo a spremere l'inzuccherato e pneumatico ciucciotto, creando un cordolino di bava dolce attorno alle labbra; la vita è così coccolosa che pare si ricopra di panzucchero. Gran pacchia! Perché i ricordi sono ancora parassitari, nani dormienti nel bozzolo; ma più in là si tramuteranno in giganti e insopprimibili farfalle di piombo, iniziando a volicchiare qua e là in quel cielo invisibile in cui l'anima fa da sole e da luna. Ti senti come un Gesù neonato, ma con più agiatezze, attenzioni e nessuna costrizione. L'unico comandamento è godersela, essere coccolati e riveriti.
La vita ancora non ti appare come un Giuda. Tutti ad ammirarti e lodarti, a farti compiacenti e buffe smorfiettine, strabuzzando gli occhi a mo' di pagliaccio, stupiti come se tu fossi l'unico neonato al mondo; ma già senti addosso il peso degli occhi, dell'identificazione, della valutazione:
«Bello come il papà»
«Bello come il nonno»
...«Bello come l'amante»...
Ma ti puoi permettere di non rispondere, gustando un’aurea asocialità. Amen. Perché, alle stupide e banali domande che ti fanno, la parola è ancora in fase di scoperta e memorizzazione, con gli organi preposti a crearla che la gorgogliano a bocconi più che argillosi. Come d'altronde ogni cosa che l'innocente vista aguzza...
La biblioteca mnemonica ha poche e balbettanti nebule, frasi da relegare per farne una sorta di "incipit" della romanzata personale. Anche perché il reticolo neuronale è ancora in fase di sviluppo alfabetico e percettivo: al principio delle parole. Come fosse la radiazione di fondo del cosmo a creare materia; splendi e ti espandi in un microcosmo personale, ma muto come una stella inoculata nella vorticante materia grigia. Cosmica beatitudine: niente da dire, niente da aggiungere, e a fottersi tutto il girotondo attorno a te...
Proprio come il corpo, con le braccette e le gambette tracagnotte e rosate. Gli occhietti che urlano lacrime d'attenzione o tocchi d'anima in poppante festa, e gli zebedei piccoli come fagioli essiccati (nelle donne una fragolina acerba).
Al massimo si impara, e stentatamente, a biascicare la parola "mamma" e "papà", perché ti viene megafonata a ogni minuto, specialmente all'ora della pappa. I faccioni dei genitori a fare smorfie come pesci palla e a mimare aeroplanini con il cucchiaino zeppo di pappa. Per farli contenti, quindi, rimpalli come un forbito e scazzato pappagallo quello che spappagallano, giusto per toglierteli dagli occhi e finalmente pappare. Ma sei già al bivio delle costrizioni, eh sì...
A tre anni, biascicandoli, fai i primi discorsetti: e anche se la bocca mitraglia la parola "cacca", a impuzzolire l'aria circostante, i familiari gaudenti ti applaudono come se avessero a due passi un genio del lessico mondiale che spiega professionalmente e compunto come avvenga la digestione, dandone prova. Qualcuno dei familiari arriva a pippare l'infognata aria come fosse un nuovo profumo costoso ed esotico... Ma con la mancanza di sillabe fra una frase e l'altra, sembri un cinese tartagliante che tenta di biascicare l'italiano. Farfugli parole su parole, come se un'impenitente e grossolana mano da carpentiere stesse strizzando i tuoi mandorlati zebedei.
A sei anni ti cappiano un fiocco azzurro (parlo dei miei vetusti tempi infantili) attorno al collo e ti danno una borsa contenente libri e matite per "algebrare" la fantasia. Sei stato reclutato dal regime del momento senza se e senza ma; e addio al cacarsi addosso con tanto di applauso e ovazione parentale. E giocoforza ti "spaghi" i semisviluppati zebedei per non farli spaiare e sperdersi nelle mutande. Ti conducono a scuola; e da qui l'ortografia inizia a essere una sorta di insopprimibile dogma, perché vogliono che tu costruisca pensieri grammaticalmente perfetti: pensieri non tuoi, ma estratti dai comandamenti e dalle leggine varie, dando così modo di formare un pensiero: quello banalmente globale. Percepisci che i bassifondi iniziano a scrostarsi e sfogliarsi. Tocca esprimersi in modo composto e deciso per ottenere dei voti, che tanto sanno di prima classificazione del gregge e conseguenziale dotta marchiatura dell'anima...
Più in là sei padrone della lingua, della parola, e non hai più scuse per sottrarti alle claustrofobiche e petulanti domande: tocca rispondere anche alle stronzate. Perché rischi che il ghetto — che ha la sostanza e la classificazione della parola "asociale" — ti venga intabarrato addosso di sana pianta se non rispondi, per poi essere additato come lo strambo sovversivo che cerca di sabotare il pensiero mondiale. Tutto si espone, tranne il proprio conto corrente e le carneficine compiute...
Ma risolvi il tutto con un accademico e irremovibile "vaffanculo", per far sì che gli ingrossati zebedei non chiedano a gran voce la finale e salvifica castrazione... Così da indicare ai residenti dell'inferno della parola la strada che porta alla fossa promessa, in cui il silenzio è l'unico rumore che aleggi.
Eden del pensiero testo di Giullare della morte
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